I santi e le loro immagini

I santi e le loro immagini

Chi sono i santi?
Il concetto che la Chiesa cattolica romana e le Chiese greche ortodosse hanno di essi è
lo stesso di quello che aveva la Chiesa di Gesù Cristo del periodo apostolico? Per tali chiese sono sante quelle persone che vissero la loro esistenza terrena, per grazia di Dio, in una perfezione di vita e che ora sono in una condizione di beatitudine, nel Paradiso. In quel regno della gloria essi ascolterebbero le suppliche, le preghiere dei poveri mortali quaggiù, intercedendo per loro e compiendo anche potenti miracoli.

Esprimiamo molte riserve su tali affermazioni, la prima delle quali è la seguente: le Scritture Sacre, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, non fanno il benché minimo accenno a questa missione dei santi, dal Paradiso, in favore di coloro che sono sulla terra. E poiché dai cattolici e dai greco-ortodossi si citano alcuni testi, procediamo al loro esame con quella obbiettività che deve caratterizzare i veri cristiani. Uno di questi testi è Geremia 15: 1, che riportiamo: «Ma l’Eterno mi disse: Quand’anche Mosè e Samuele, si presentassero davanti a me, l’anima mia non si piegherebbe verso questo popolo».

La frase di cui sopra, quanto al suo contenuto, è ipotetica: «Quand’anche….»; ossia, «Anche se…… Ora, trasformare l’ipotesi in affermazione diretta, in certezza, significa in questo caso deformare il pensiero di Dio.

Si cita anche l’episodio del re Saul, che su evocazione di una donna, che aveva facoltà medianiche, quindi un’indemoniata, vide apparire Samuele, che gli parlò. È mai possibile che una donna, che praticava le arti magiche, ebbe tanto potere da far scomodare quel grande profeta e uomo di Dio che fu Samuele? Non possiamo piuttosto vedere in tutto ciò l’intervento del diavolo? Tale ipotesi diventa certezza quando esaminiamo ciò che disse Isaia, oltre due secoli dopo tale episodio, sull’evocazione degli spiriti:

«Se vi si dice: Consultate quelli che evocano gli spiriti…, risponderete: Un popolo non dev’egli consultare il suo Dio? Si rivolgerà egli ai morti a prò dei vivi? Alla legge! alla testimonianza! Se il popolo non parla così, non vi sarà per lui alcuna aurora!» (Isaia 8: 19-20). Dunque, è peccato non solo rivolgersi ai medium e agli indovini (o a coloro che in genere praticano le cosiddette «scienze occulte»), ma è altresì peccato rivolgersi ai morti a prò dei vivi!

D’altra parte, né Abrahamo, né Mosè, né Samuele, né alcun altro santo uomo di Dio dell’Antico Testamento, si trovavano nel celeste paradiso di Dio per il semplice motivo che il Signore Gesù, venuto quaggiù quaranta secoli dopo Adamo, secondo la cronologia biblica, disse: «Nessuno è salito in cielo

se non Colui che è disceso dal cielo» (Giovanni 3: 13). Ciò spiega il motivo per cui Israele non si rivolgeva mai ai defunti per pregarli e ricevere da essi dei miracoli.

La Chiesa del periodo apostolico aveva un concetto ben diverso della santificazione, virtù questa che non doveva costituire appannaggio di pochi eletti ma una normale condizione di tutto il popolo di Dio, collettivamente considerato. Perciò, allo stato potenziale, tutti dovevano essere santi. Ciò spiega il perché gli apostoli tutti, e Paolo in particolare, si rivolgessero alle persone, alle quali erano indirizzate i loro scritti, come a dei santi. «Paolo, servo di Cristo Gesù… a quanti sono a Roma, amati da Dio, chiamati ad essere santi… (Romani 1: 1-7); «Paolo, chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù…. alla chiesa di Dio che è in Corinto, ai santificati in Gesù Cristo, chiamati ad essere santi, con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore….»( laCorinzi 1: 1-2); «Paolo, apostolo di Cristo Gesù… alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l’Acaia…» (2a Corinzi 1:1); «Salutate ognuno dei santi in Cristo Gesù» (Filippesi 4: 21). Paolo stesso si considerava «il minimo di tutti i santi» (Efesini 3:8).

Questi santi uomini di Dio non mettevano in evidenza le loro virtù, come per menarne vanto, ma i loro difetti. Così questo apostolo di Cristo riconosceva che in lui non abitava «alcun bene» (Romani 7: 18) e si considerava il primo di tutti ipeccatori (la Timoteo 1: 15). Allora la santità era una virtù comune; oggi, per talune chiese, è divenuta una qualità rara, eccezionale! Se dunque la regola comune è divenuta eccezione, vuoi dire che ci troviamo di fronte ad una vera e propria degenerazione dei costumi. La santificazione deve essere invece procacciata da tutti i cristiani: «Procacciate pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore» (Ebrei 12: 14). Conveniamo tuttavia sul fatto che di quanti sono chiamati ad essere santi non tutti portano a compimento questo loro processo di santificazione; ciò è indiscutibile. Ma chi decide quali di essi sono stati dei santi e quali no? Un tribunale ecclesiastico, umano, con la decisione finale di un papa? E dove troviamo scritto tutto ciò? Esercitare un giudizio nei riguardi di coloro che sono morti per accertare la loro santità in base a presunti miracoli? Ciò è veramente inconcepibile alla luce delle Scritture, le quali affermano che solo «il Signore conosce quelli che sono suoi» (2a Timoteo 2: 19).

E che dire quando questi cosiddetti santi vengono riprodotti materialmente e posti sugli altari per essere «venerati» e perché a loro sia prestato il culto? È lecito, approvato da Dio, il riprodurre una statua d’oro, d’argento o di altro materiale, rivolgere ad essa preghiere, inchini, genuflessioni, portarla in processione con cantici di adorazione e di tripudio da parte di folle osannanti? Grazie a Dio, queste manifestazioni idolatriche vanno scomparendo, ma in alcune zone sottosviluppate del mondo esse sono ancora largamente praticate!

Ma vediamo che cosa dice la Parola di Dio. Posto che solo l’Eterno Iddio conosce coloro che sono stati veramente santi nella loro esistenza terrena, chiediamoci se sia lecito riprodurre le loro immagini materialmente e prestar loro venerazione (vedremo, in un secondo momento, se vi è differenza fra adorazione e venerazione). A questo quesito dobbiamo rispondere decisamente no! La teologia cattolica romana distingue tre manifestazioni di culto nell’atto dell’adorazione: latrìa, iperdulìa, dulìa, riservati rispettivamente a Dio, nella sua manifestazione trinitaria, alla beata vergine Maria, ed ai santi. Distingue inoltre tra «culto assoluto», espresso direttamente a questi esseri celesti, e «culto relativo», manifestato verso la riproduzione materiale delle loro immagini. Queste sottigliezze teologiche non solo non si trovano nemmeno minimamente nelle Sacre Scritture, ma sono da queste esplicitamente condannate, nel senso che il culto va reso soltanto ed unicamente a Dio. A Satana, che aveva chiesto di essere adorato, Gesù rispose con quanto stava scritto in Deuteronomio 6: 13-15, sintetizzando così la prescrizione della Legge: «Sta scrìtto: Adora il Signore Iddio tuo ed a lui solo rendi il culto» (Matteo 4: 10).

Culto unico, dunque, offerto solo a Dio, e non triplice offerto anche alle creature umane, sia pure nella loro condizione di beatitudine! Il culto esprime l’adorazione; quindi culto unico ed adorazione unica. La Parola di Dio è precisa fino all’inverosimile su ciò. Infatti, poiché il Signore Gesù, uomo, è divenuto poi il Cristo glorificato, a quegli ebreo-cristiani che esprimevano ancora delle riserve, l’autore dell’epistola agli Ebrei diceva che il Figliuolo è oggetto di adorazione (Ebrei 1:6). Gli angeli, infatti, respingono decisamente qualsiasi forma di adorazione (Apocalisse 19: 10 e 22: 8-9). Le creature angeliche, anche le più gloriose, quali cherubini, serafini, eccetera, non vanno assolutamente adorate e quindi non devono essere oggetto di alcuna forma di culto; gli angeli, in generale, in tutte le loro funzioni, sono al servizio dell’uomo, sono suoi servitori, sono cioè «spiriti ministratoti, mandati a servire a prò di quelli che hanno da eredare la salvezza» (Ebrei 1: 14).

Se dunque alle creature di qualsiasi grado o condizione non va dedicato alcun culto, è completamente inutile riprodurre le loro immagini scolpite o dipinte a questo scopo. Le Sacre Scritture sono esplicite sul punto. Citiamo a questo scopo il secondo comandamento:

«Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nei deli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra; non ti prostrare dinanzi a tali cose e non servir loro, perché io, l’Eterno, l’Iddio tuo, sono un Dio geloso…» (Esodo 20: 4-5). La prescrizione dunque è triplice: non farti; non ti prostrare; non servire loro.

Ma quali e quanti cristiani leggono oggi la Bibbia? E se la leggono, con quale spirito? Le gerarchle ecclesiastiche concedono a coloro che desiderano leggere il santo Libro di Dio solo una lettura a scopo devozionale. L’insegnamento religioso d’altra parte c’è, ma è quello catechistico. E guarda caso, nei vari catechismi e nei libri di testo scolastici, il Decalogo viene insegnato in modo falsificato. Il secondo comandamento, relativo alla riproduzione di immagini ed al culto ad esse vietato, viene soppresso completamente; per cui, venendone a mancare uno, si divide il decimo in due. Così, mentre il testo biblico presenta un unico comandamento («Non concupire la casa del tuo prossimo; non concupire la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna che sia del tuo prossimo»Esodo 20: 17), esso viene spezzato in due, nel modo che segue: «IX) non desiderare la donna d’altri; X) non desiderare la roba d’altri». Ma questo non significa modificare la legge di Dio?

Le sottigliezze e le disquisizioni teologiche non mancano nemmeno su tale soggetto. Si afferma, infatti, che il divieto del secondo comandamento, riguardava gli idoli dei popoli, il cui culto era demoniaco; mentre i santi, venerali dai cattolici romani e dai cristiani ortodossi, furono veri seguaci di Gesù ed ora sono nella gloria celeste.

Ammesso, e non concesso, che quei santi (se sono veramente tali soli» Iddio lo sa) siano effettivamente in uno stato di gloria nel celeste regno di Dio, il comandamento divino afferma che non bisogna formarsi delle immagini di «cose che sono lassù, nei celi…». Il Nuovo Testamento non solo , non parla affatto di tale culto, reso ai santi ed agli angeli, ma afferma -e lo si ripete che questi ultimi sono «spiriti ministratori, mandati a servire a prò di quelli che hanno da eredare la salvezza»! (Ebrei 1: 14). Renderemmo dunque il culto a dei nostri servitori? Lo stesso Nuovo Testamento riconferma che il culto va reso solo all’Eterno Iddio ed al suo Figliuolo Gesù Cristo (Matteo 4: 10; Luca 4: 8; Filippesi 3: 3), mentre stigmatizza quello reso alle creature angeliche (Colossesi 2: 18).

Paolo critica coloro che «hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno» (Romani 1: 25).

tratto da  ”Il Cristianesimo” di Leonardo Navarra



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