Giacobbe, i suoi figli e l’ulivo

In questo messaggio vorrei soffermarmi con attenzione sul tema dell’ulivo e dei suoi rami contenuto nel capitolo 11 dell’epistola di Paolo ai Romani ma partendo dall’analisi della vita di Giacobbe e dei suoi figli, in particolare Giuseppe e Beniamino.

Come introduzione al messaggio, vorrei ricordare quelli che sono i quattro principali dogmi anti-ebraici su cui si è basata la teologia cristiana a partire dal 2° secolo a.C:

  1. L’intero popolo di Israele è colpevole per aver crocifìsso il Signore Gesù.
  2. La crocifissione è il motivo per cui Dio ha rinnegato Israele e ha annullato le promesse a lui fatte nell’Antico Patto.
  3. Da quando Gesù è risorto, il tìtolo di «popolo eletto» è rivolto la Chiesa, e non più a Israele che stato diseredato.
  4. Gli ebrei non possono ottenere salvezza se non tramite il battesi-o, ovvero, rinunciando alla propria e ebraica.

Questi dogmi purtroppo sono validi ancora oggi nella teologia cristiana, infatti si sente ancora parlare di teoria della sostituzione, ovvero, la Chiesa che prende nel piano di Dio il posto del popolo di Israele, che è stato diseredato.
E questa teoria trova sempre un maggior numero di sostenitori anche tra coloro che si ritengono fedeli alla Parola di Dio. Eppure essa dichiara dichiara esattamente il contrario di quanto il Signore dice in Romani al capitolo 11!

Recentemente ho scoperto un documento intitolato: «Anti giudaismo nel Nuovo Testamento». Viene posta all’interno questa domanda: il rifiuto del giudaismo non è stato un elemento necessario affinché fosse possibile la nascita e lo sviluppo del cristianesimo?
L’ostilità verso il popolo ebraico sarebbe quindi una caratteristica della fede cristiana; i credenti non dovrebbero parlare del «Messia di Israele». Questo articolo cita anche un professore di teologia secondo cui l’anti-giudaismo è un elemento implicito a cui non si può rinunciare, un elemento fondamentale dell’insegnamento dato dai primi cristiani, e in particolare da Paolo apostolo».
Paolo l’ebreo, che voleva stimolare gli israeliti affinché anche essi fossero salvati, avrebbe potuto essere loro ostile?
Personalmente non conosco nessuno che abbia amato i suoi fratelli (il popolo di Israele) più di quanto abbia fatto Paolo. Il documento di cui vi parlavo mi ha fatto veramente riflettere: su otto pagine vengono citati ben 57 passi biblici riguardanti il rapporto tra ebrei e cristiani, ma nessuno di questi passi è tratto dall’Epistola ai Romani e tanto meno dal capitolo 11. Questo capitolo invece è quello che più di ogni altro tratta il tema in modo esplicito, chiaro ed inequivocabile.
Romani 11 è un grosso ostacolo alla teoria della sostituzione. I sostenitori e difensori di questa idea teologica usano come argomentazione il fatto che i concetti scritti in questo capitolo non si trovano in nessun altro passo biblico.
Per questo motivo dicono che il contenuto di Romani 11 non dovrebbe essere sovrastimato. In realtà Paolo non ha detto niente che non rispecchi ad esempio quanto scritto nel libro della Genesi (il fondamento della Bibbia).
Diversi passi del Vecchio Testamento mettono in luce il rapporto tra gli ebrei e le nazioni.
Ma io baserò la mia riflessione principalmente sull’esempio di Giacobbe e i suoi dodici figli, e vedremo che i suoi due prediletti, Giuseppe e Beniamino, oltre che la loro madre Rachele, hanno una rilevanza davvero particolare in questa storia.

Giacobbe e i suoi dodici figli. Giuseppe, il primo figlio di Rachele, è una figura simbolica di Gesù Cristo. Rachele era il grande amore di Giacobbe, ma era sterile, e ne soffriva molto. Ha dovuto assistere le altre mogli di Giacobbe che continuavano a dargli dei figli: Lea, sua sorella, gli diede sei figli, e Zilpa, serva di Lea, due. Bilha, serva di Rachele, gliene diede anch’essa due.
Ma non fu un caso che Rachele non poteva avere figli: era Dio ad avere per lei un piano particolare. «Dio si ricordò anche di Rachele; Dio l’esaudì e la rese feconda» (Genesi 30: 22).
E’ Dio che per il suo Spirito ha reso Rachele feconda. «Ella concepì e partorì un figlio, e disse: Dio ha tolto la mia vergogna» (v. 23). E in seguito: «E lo chiamò Giuseppe, dicendo: Il Signore mi aggiunga un altro figlio» (v. 24).
Qualche tempo fa ho riletto attentamente questa preghiera in cui Rachele supplica il Signore chiedendo di «aggiungerle» un figlio; questa parola, «aggiungere» ha attirato la mia attenzione. Perché si parla di aggiungere un figlio invece di darne un altro? Non è a caso. Ho consultato diverse traduzioni di questo passo e in ognuna il termine usato è «aggiungere». Questo non può essere un caso! E ad un tratto ho capito: Dio ha esaudito la supplica di Rachele e le ha tolto la vergogna. Dopo la nascita di Giuseppe, un figlio le è stato «aggiunto» : Beniamino, il più giovane. Se Giuseppe è un simbolo di Gesù, allora anche Beniamino deve essere simbolo di qualcuno, ovvero, il simbolo di un figlio «aggiunto» al popolo di Israele dopo la nascita di Gesù: il più giovane, un figlio spirituale, i credenti nelle nazioni. Alla luce di questo vorrei approfondire il parallelismo: Giuseppe quale simbolo di Gesù e Beniamino quale simbolo dei credenti.

«Quando Giuseppe fu giunto presso i suoi fratelli, lo spogliarono della sua veste, della veste lunga con le maniche, che aveva addosso, lo presero e lo gettarono nella cisterna. La cisterna era vuota, non c’era acqua» (Genesi 37 :23-24). Gesù è stato spogliato dei suoi abiti, e dopo la crocifissione è stato sepolto in una tomba vuota, scavata nella roccia.
«Essi presero la veste di Giuseppe, scannarono un becco e intinsero la veste nel sangue. Poi mandarono uno a portare al padre loro la veste lunga con le maniche e gli fecero dire: «Abbiamo trovato questa veste; vedi tu se è quella di tuo figlio, o no. Egli la riconobbe e disse: E la veste di mio figlio. Una bestia feroce l’ha divorato; certamente Giuseppe è stato sbranato» (Genesi 37:31-33).
Ma non fu così. Giuseppe era vivo. Il nostro Padre celeste ha visto il sangue che il suo Figliolo ha versato per noi sulla croce del Golgota. Lo avevano considerato come morto, ma Gesù vive: è resuscitato.
«Ruben tornò alla cisterna; ed ecco, Giuseppe non era più nella cisterna. Allora egli si stracciò le vesti, … » (Genesi 37:29). La tomba era vuota. Quando Maria di Magdala e l’altra Maria arrivarono al sepolcro, Gesù non c’era più.
«Come quei mercanti madianiti passavano, essi tirarono su Giuseppe, lo fecero salire dalla cisterna, e lo vendettero per venti sicli d’argento a quegl’Ismaeliti. Questi condussero Giuseppe in Egitto» (Genesi 37:28). Giuseppe fu venduto.
Gesù fu tradito dai suoi amici per trenta sicli d’argento. Egli è venuto dai suoi e i suoi non l’hanno ricevuto.
Per questo Egli si è rivolto verso gli altri: ha spostato il suo raggio d’azione verso le nazioni.
«E cominciarono a venire i sette anni di carestia, come Giuseppe aveva detto. Ci fu carestia in tutti i paesi, ma in tutto il paese d’Egitto c’era del pane» (Genesi 41:54).
Giuseppe divenne una persona molto importante in Egitto. Finché egli abitò lì, il paese fu benedetto. I granai erano pieni di cibo, il paese prosperava. E Gesù è diventato qualcuno di molto importante, tra le nazioni, al di fuori di Israele. Ha portato la salvezza ai pagani, li ha benedetti e ha portato cibo spirituale a sufficienza per tutti coloro che lo desiderano !
«Ecco, ho sentito dire che c’è grano in Egitto; scendete là a comprarne, così vivremo e non moriremo» (Genesi 42: 2). Gli anni difficili arrivarono. Giacobbe fu costretto ad andare a cercare del grano in Egitto.
Mandò così i suoi figli presso Giuseppe senza che essi sapessero che si trattava di lui.
Giacobbe fece ancora una cosa di cui non comprese il senso profondo: ma dovette farlo, poiché la sua azione faceva parte del piano di Dio per la salvezza dell’uomo: «Ma Giacobbe non mandò con loro Beniamino, il fratello di Giuseppe, perché diceva: «Che non gli succeda qualche disgrazia» (Genesi 42:4). Giacobbe tenne con sé Beniamino, il suo figlio più giovane, il fratello di Giuseppe e i dieci altri fratelli si recarono da Giuseppe in Egitto.
Egli li riconobbe ma essi non riconobbero lui. Allo stesso modo Gesù conosceva i suoi fratelli, il suo popolo, ma loro non lo conoscevano.
Giuseppe non si fece riconoscere dai suoi fratelli, nemmeno quando essi si trovarono davanti a lui nel momento della difficoltà.
Questo comportamento di Giuseppe non era dovuto ai suoi fratelli, ma al fatto che Beniamino non fosse tra loro: «E Giuda rispose: Quell’uomo ce lo dichiarò categoricamente: “Non vedrete la mia faccia, se vostro fratello non sarà con voi”» (Genesi 43:3).
Gesù non si può fare riconoscere dal suo popolo, i suoi fratelli, poiché Beniamino non è ancora lì presente, poiché la totalità dei pagani non è ancora entrata.
Questo atteggiamento di Gesù non è dovuto al suo popolo, ma al fatto che la maggior parte dei pagani non è ancora nella grazia.
«…Quelli presero dunque questo dono, presero con sé il doppio del denaro e Beniamino, e partirono; scesero in Egitto e si presentarono davanti a Giuseppe» (Genesi 43:15).
I fratelli di Giuseppe sono tornati, portando questa volta Beniamino. Giuseppe ha visto suo fratello Beniamino, figlio di sua madre. (Genesi 43:29).
Allora non potè più trattenersi, l’emozione prese il sopravvento. Mandò via tutti per restare con i suoi fratelli.
Così iniziò a piangere al punto che tutti nel palazzo lo poterono udire, e rivelò la sua identità ai propri fratelli (Genesi 45:1-3). Allo stesso modo quando tutti i pagani saranno entrati, Gesù si farà riconoscere dal suo popolo.
Egli attende questo momento con impazienza, come una volta Giuseppe. Allora l’emozione lo coglierà e lui vorrà essere solo con i suoi fratelli. Ma questo avvenimento non sarà qualcosa di segreto: le nazioni lo intenderanno forte e chiaro.
Cosa dirà Gesù ai suoi fratelli quando si farà riconoscere da loro? Li riempirà di rimproveri? Dirà loro forse loro: «Siete i miei carnefici, mi avete crocifisso»? O meglio: «Ho annullato le promesse dell’Alleanza del Vecchio Testamento. Voi non siete più il mio popolo, io vi ho diseredati»? Certamente no. Egli si rivolgerà loro come Giuseppe ai suoi fratelli: «Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Vi prego, avvicinatevi a me!» Quelli s’avvicinarono ed egli disse: «Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. … Ma Dio mi ha mandato qui prima di voi, perché sia conservato di voi un residuo sulla terra e per salvare la vita a molti scampati» (Genesi 45:4-5,7).
Giuseppe ha detto ai suoi fratelli esattamente ciò che Paolo dichiarerà più tardi: «…Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d’Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; e tutto Israele sarà salvato, così come è scrittogli liberatore verrà da Sion. Egli allontanerà da Giacobbe l’empietà» (Romani 11:25-27).
Romani 11 ci parla delle figure cui corrispondono Giuseppe e Beniamino.
Tutto il capitolo 11 dell’Epistola di Paolo ai Romani si trova anticipata nel racconto della vita di Giuseppe e Beniamino. Voglio approfondire questo aspetto. Dio ha dato un doppio significato al nome «Giuseppe»: «Egli toglie» e «Egli aggiunge». Dio ha tolto a Rachele la vergogna della sterilità e l’ha resa feconda. Dopo la nascita di Giuseppe, Dio ha ancora «aggiunto»: gli ha donato in più Beniamino.
Giuseppe e Beniamino sono i veri figli di Israele: sono i cadetti tra dodici fratelli figli tutti dello stesso padre ma non della stessa madre. La madre di questi due uomini infatti non era la madre degli altri dieci fratelli.
Quindi la relazione fraterna tra Giuseppe e Beniamino era più intima di quella con gli altri. Giuseppe è la figura di Gesù Cristo, vero figlio di Israele, generato dallo Spirito Santo e nato da una vergine. Beniamino è simbolo degli uomini divenuti credenti in Gesù Cristo: è un vero figlio, aggiunto al popolo di Israele, generato dallo Spirito Santo e nato da Dio. Quanto a Gesù è stato generato dallo Spirito Santo per diventare, Lui, vero Dio, vero uomo.
«Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio… E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre…» (Giovanni 1:1,14). E’ lì la mano che Dio vi porge. Se voi prendete questa mano, se l’afferrate, sarete generati dallo Spirito Santo per una nuova vita e «aggiunti» al popolo eletto come veri figli.
L’incarnazione di Gesù Cristo così come la nuova nascita delle persone che credono in Lui sono il risultato della presenza dello Spirito. Spiritualmente parlando la madre è la stessa (lo Spirito), simboleggiata da Rachele. Rachele significa «maternità». Nata sterile, Dio l’ha resa feconda. Rachele è diventata, in senso figurato, la madre dei credenti, nata dallo Spirito. Lei è la madre di Giuseppe, che è una figura di Gesù Cristo, l’Agnello di Dio che è stato condotto allo scannatoio per noi. Rachele è allo stesso modo la madre di Beniamino, che raffigura le persone che hanno creduto in Gesù: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10:27-30).
Il nome «Giuseppe» («Egli toglie») designa anche Gesù, che ha preso i nostri peccati sulla croce del Golgota. Egli ha tolto la nostra vergogna e pagato con la sua vita il prezzo da pagare per le nostre colpe. Egli è andato alla morte al nostro posto. Ma non si è fermato lì: Egli vive, è risorto! E così come siamo stati crocifissi con Lui nella sua morte, altrettanto saremo simili a Lui nella Resurrezione. Paolo definisce ciò «una vita tra i morti» (Romani 11: 15). Troviamo lo stesso messaggio nella storia di Giacobbe e Rachele e nel racconto dei loro figli. Rachele ha partorito Beniamino con molta difficoltà: «Poi partirono da Betel. C’era ancora qualche distanza per arrivare a Efrata, quando Rachele partorì. Ella ebbe un parto diffìcile. Mentre penava a partorire, la levatrice le disse: «Non temere, perché questo è un altro figlio per te!» (Genesi 35:16-17). Rachele ricevette questo bambino, ma dovette morire per dargli la luce: «Mentre l’anima sua se ne andava, perché stava morendo, chiamò il bimbo Ben-Oni; ma il padre lo chiamò Beniamino» (Genesi 35:18).
Ben-Oni significa «figlio del mio dolore». Dopo la morte di Rachele, Giacobbe diede un nuovo nome a suo figlio: Beniamino, che significa «figlio della felicità» o «figlio della mia destra». Beniamino è la figura del figlio del popolo eletto («della mia destra»). I figli del popolo eletto («della mia destra») sono tutti gli uomini, pagani ed ebrei nati dallo Spirito. Considerate attentamente questo versetto: «Dico dunque: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo! Perché anch’io sono Israelita, della discendenza d’Abraamo, della tribù di Beniamino» (Romani 11:1). Perché Paolo è derivato dalla tribù di Beniamino che è simbolo dei credenti nati di nuovo? Di certo non è un caso. Un messaggio si nasconde là dietro: esiste una relazione fondamentale tra i credenti derivati dalle nazioni e gli ebrei. Ma in cosa consiste questa relazione?

I legame tra i cristiani e gli ebrei. Noi che siamo cristiani, come viviamo la nostra relazione con l’attuale popolo di Israele? Per alcuni questa relazione semplicemente non esiste. Altri non sono così estremi e dicono: «Israele è nostro fratello». Per altri ancora, Israele è il fratello maggiore. Ma tutto ciò non rivela l’essenza del discorso. La Bibbia parla spesso della relazione tra padre e figlio. Non ci può essere uno scambio di ruoli: un padre non potrà mai essere figlio di suo figlio e viceversa. Il padre resta padre e il figlio resta figlio.
«A Tito, mio figlio legittimo secondo la fede che ci è comune …» (Tito 1:4). La fede comune è ciò su cui si basa il rapporto.
«A Timoteo, mio legittimo figlio nella fede… » (1 Timoteo 1:2).
«A Timoteo, mio caro figlio… » (2 Timoteo 1:2).
«Ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo» (Filemone 1:10).
«Poiché anche se aveste diecimila precettori in Cristo, non avete però molti padri; perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1 Corinzi 4:15). Qui non si tratta di una sola persona. L’ebreo Paolo è il padre spirituale di tutta una chiesa pagano-cristiana a Corinto. Noi pagano-cristiani siamo i figli generati dallo Spirito Santo del padre giudeo-cristiano Paolo, della chiesa primitiva.
Noi siamo «aggiunti» al popolo eletto, proprio come Beniamino è stato «aggiunto».
Paolo ci esorta a essere umili e non orgogliosi e a dimorare nel timore (di Dio). Non siamo noi che sosteniamo la radice, ma è la radice che porta noi. Noi siamo dei figli spirituali generati dal nostro padre spirituale. Colui che lo riconosce comprenderà anche il versetto seguente: «Ecco, io vi mando il profeta Elia, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e terribile. Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri, perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio» (Malachia 4:5-6). Il messaggio che conclude l’Antico Testamento è forte: questi versetti profetici fanno riferimento alla fine dei tempi, al ritorno di Gesù.
In quel momento Beniamino, ovvero la totalità dei pagani, sarà lì, e Gesù si farà riconoscere. I cuori dei padri spirituali usciti dal popolo di Israele e i cuori dei figli spirituali delle nazioni saranno allora girati gli uni verso gli altri. Tutti saranno uniti nella fede comune in Gesù Cristo. Non ci sarà più antisemitismo e odio nei confronti di Israele. Non è una prospettiva gloriosa?
L’Epistola ai romani espone due obiettivi principalmente: da una parte la giustizia per la fede in Gesù Cristo, giustizia che costituisce, tanto per gli ebrei quanto per i pagani, il solo cammino possibile che conduce alla salvezza. D’altra parte Dio ci mostra come gli ebrei e i pagani siano portati all’elezione per strade diverse. C’è una differenza tra essi, sebbene dimorino nella dipendenza reciproca. Questa differenza è necessaria perché in Gesù i cuori dei padri possano essere uniti ai cuori dei figli.
Il riformatore Martin Lutero ha riconosciuto il primo scopo e lo ha dichiarato più chiaramente di chiunque altro. Egli è stato penetrato da questa verità: la giustizia non viene dalle opere, ma dalla fede. E ha contribuito a fare trionfare la fede in un epoca in cui essa era saldamente ancorata alle opere della Legge! Pensate solamente alla sua traduzione della Bibbia. Lutero attendeva con fervore il ritorno di Gesù Cristo.
Egli credeva fosse giunto il tempo in cui gli ebrei si sarebbero convertiti a Gesù. Era così ripieno della propria fede che non è riuscito a comprendere perché gli ebrei non volevano affatto saperne della fede di cui lui parlava! Persino i suoi amici ebrei al tempo sono diventati suoi nemici.
Lutero non ha riconosciuto che c’è nell’elezione una differenza tra gli ebrei e i credenti sparsi per il mondo. Cito un passaggio del libro intitolato «Martin Lutero e gli ebrei»: «Lutero non ha pensato realmente che gli ebrei potessero avere delle ragioni teologiche reali sensate per non cedere alle sue insistenti evangelizzazioni. Né lui né i suoi successori sono mai arrivati a comprendere davvero l’essenza del giudaismo post-biblico».
Ed è lì che sta il problema. E’ nostro dovere riconoscere il giudaismo post-biblico alla luce della Bibbia e difendere la sua causa. Là dove non si riconosce questa cosa si giunge inevitabilmente a rifiutare gli ebrei. Lutero, nel suo zelo per convertire gli ebrei, ne è uscito quasi disperato. Una volta dichiarò: «Un ebreo – o un cuore ebreo è così totalmente indurito che non c’è modo di fargli cambiare idea. Quindi è necessario mettere a fuoco le sinagoghe e le scuole ebraiche. Dovremmo allontanarli come la peste!». Nella sua ultima predicazione tenuta tre giorni prima della sua morte, Lutero ha esortato ancora i credenti della sua città natale, Eis-leben, a cacciare tutti gli ebrei che si rifiutassero di convertirsi alla fede cristiana.
400 anni dopo il nazional-socialismo tedesco ha raccolto le ultime conseguenze del punto di vista di Lutero e del suo insegnamento. I nazisti hanno potuto prendere alla lettera le sue parole per combattere il giudaismo e sterminare gli ebrei. Hitler prese il potere nel 1933, e nel novembre dello stesso anno si festeggiò il 450mo anniversario della nascita di Lutero. La parola d’ordine ufficiale che venne proclamata in quell’occasione era: «Con Lutero e Hitler per la fede e per il popolo».
Il Dott. Walter Grundmann, teologo evangelico, ha allora spiegato così il significato di questa frase: «Ecco cosa vogliono i credenti tedeschi: basare la rivoluzione di Adolf Hitler sulla riforma di Martin Lutero». Nel 1946 si è commemorato il 400mo anniversario per la morte di Lutero ma l’euforia era decisamente diminuita.
Oggi Lutero viene visto sotto una luce decisamente diversa e più critica, a causa della sua ostilità nei confronti del popolo ebraico. Julius Streicher, allora editore dello scritto polemico intitolato «L’assillante», fu uno dei condannati nel processo di Norimberga. Egli disse a sua discolpa: «Se Martin Lutero oggi fosse vivo, sarebbe qui, seduto al mio posto in qualità di colpevole». Nel suo cieco zelo per il Vangelo, Lutero non ha riconosciuto che gli ebrei stavano camminando su un cammino per il quale nemmeno lui poteva avere alcuna influenza. Egli non ha riconosciuto che Beniamino non era ancora arrivato! La totalità dei pagani non era ancora giunta! O almeno non ancora al punto che Gesù potesse mostrare il Suo volto al suo popolo!
Il Vangelo è il messaggio centrale della Bibbia. Se non si comprende alla luce della Bibbia la relazione tra gli ebrei e i credenti sparsi nelle nazioni, ci addentriamo in una predicazione sbagliata del Vangelo. E rendiamo impuro ciò che è puro !
Giacobbe e i suoi figli illustrano la predicazione di Paolo sull’ulivo contenuta in Romani 11.
O inversamente: Paolo non ha fatto altro che spiegare nella sua predicazione sull’ulivo ciò che simboleggiano Giacobbe e la sua famiglia. Tuttavia la prima citazione dell’ulivo risale a ben prima: «Aspettò altri sette giorni, poi mandò di nuovo la colomba fuori dell’arca. E la colomba tornò da lui verso sera; ed ecco, aveva nel becco una» (Genesi 8:10-11). Gesù stesso ha dichiarato: «Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me» (Giovanni 5:46).
La colomba è un simbolo dell’azione dello Spirito, e la foglia dell’ulivo un simbolo del frutto dello Spirito. Questi due simboli riassumono insieme tutto il Vangelo.«Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco» (Romani 1:16). Paolo spiega questo passo dell’ulivo domestico e dell’ulivo selvatico.
E Mosè ci trasmette lo stesso messaggio parlandoci di Giacobbe, Rachele e dei loro figli. Rachele è una figura della madre dei credenti nati per lo Spirito. Lei era sterile e non poteva avere dei bambini. E’ Dio stesso che la rese feconda. E’ solo dopo, che Rachele ha ricevuto i suoi due figli Giuseppe e Beniamino. La nascita di Beniamino fu dolorosa. Rachele ne è morta e Giacobbe ha perduto la sua amata.
Ma Beniamino ha vissuto, lui che fu «aggiunto», ed è un simbolo di coloro che sono nati per lo Spirito. Comprendete il messaggio che Dio vuole trasmetterci?
Giacobbe ha compreso il messaggio nel momento in cui gli è stato tolto l’amore della sua vita. Il primo uomo, nato secondo la carne, deve morire per fare posto all’uomo nuovo, nato secondo lo Spirito, per poter essere «aggiunto» all’elezione e avere parte nella redenzione.
La teologia cristiana si è globalmente allontanata da questa «aggiunta» e ha rimpiazzato Israele con la chiesa. La teologia cristiana, diseredando Israele, ha rimpiazzato la maternità biblica con la fecondità di una meretrice. In altre parole: ciò che era puro è stato reso impuro.
E’ per noi che Israele è stato reso cieco, affinché tutti noi pagani potessimo ricevere il messaggio della salvezza. Si tratta di un chiaro avvertimento: se noi rifiutiamo Gesù, siamo ciechi. Abbiamo occhi ma non vediamo, orecchie che non sentono. Senza Gesù siamo perduti per l’eternità, fratelli!
Tuttavia la cecità di Israele è solo parziale (Romani 11:25). Da sempre ci sono stati degli ebrei che hanno creduto in Gesù Cristo. Ma un vero movimento di ebrei messianici non esiste che dalla seconda metà del 20mo secolo. E’ soprattutto negli Stati Uniti, in Israele, in Ucraina e in Russia che cresce il numero dei credenti di stirpe ebraica che riconoscono Gesù come loro Messia. I giudeo-cristiani vivono in un certo senso in una «terra di nessuno» tra il popolo ebraico e le Chiese cristiane: da un lato gli ebrei religiosi considerano gli ebrei messianici come dei veri e propri traditori. Dall’altro lato le Chiese cristiane si tengono alla larga da tali movimenti e addirittura si stupiscono che gli ebrei messianici non diventino dei «cristiani normali».
Al congresso della chiesa protestante tedesca nel 2003 per esempio gli ebrei messianici non hanno nemmeno potuto partecipare…

Gelosia degli ebrei. Le prime chiese cristiane erano formate unicamente da ebrei. Visti sotto questo punto di vista gli ebrei messianici sono i veri antenati e precursori della chiesa primitiva.
Malgrado ciò attualmente sono davvero poco considerati. Facciamo dunque nostri gli obiettivi citati da Paolo in Romani 11 affinché molti ebrei siano «aggiunti» alla Chiesa di Gesù Cristo! Il primo di questi obiettivi è di lasciarci trasformare dal Vangelo in modo che gli ebrei possano notarlo.
Dobbiamo risvegliare in loro il desiderio di avere una relazione personale col Dio di Giacobbe. Dobbiamo «suscitare una sorta di gelosia in loro», affinché essi siano spinti a sperimentare essi stessi ciò che è stato dato ai pagani. E’ questo il messaggio di Paolo.
Come possiamo noi fare questa cosa? (Romani 11:14). Vi raccontiamo una storia accaduta in Romania all’inizio del 20mo secolo, affinché vi possa portare a riflettere:
Un giovane uomo di origine ebraica, nato e cresciuto in povertà, incredulo, era filosoficamente attirato da Voltaire e conduceva una vita dissoluta.
All’età di 27 anni si ammalò di tubercolosi, che a quell’epoca era una malattia incurabile. Per un certo tempo, fu vicino alla morte. Ma dopo diversi mesi, iniziò a migliorare e fu trasferito in un paesino della Transilvania per la riabilitazione.
Un anziano carpentiere che credeva in Gesù Cristo ed era pieno di affetto per Israele, abitava in questo paesino.
Ogni giorno egli faceva questa preghiera: «Signore, non lasciarmi morire prima di aver aiutato un ebreo a credere in tuo Figlio Gesù! Ma sono vecchio e malato. E qui non c’è nessun ebreo. Porta un ebreo qui, e io farò del mio meglio per aiutarlo a conoscerti». Il vecchio carpentiere e il giovane uomo di origine ebraica si conobbero e fecero amicizia. Senza dire molte parole, il carpentiere regalò una Bibbia al giovane.
E non disse molto altro, ma continuò a pregare. In poco tempo il giovane ebreo guarì. Più tardi dichiarò che in passato aveva già letto alcune parti della Bibbia ma che non ne era mai stato toccato veramente. Ma la Bibbia che il carpentiere gli aveva regalato era qualcosa di molto diverso: non era scritta con delle lettere, ma con le fiamme del fuoco dell’amore cristiano! Solo alcuni anni dopo egli capì che il segreto erano le preghiere di quell’uomo e di sua moglie.
Il giovane si convertì e testimoniò del suo incontro con Cristo. Il contatto ci fu perché il carpentiere aveva bene in mente quale fosse il suo compito ed era pronto ad agire al momento opportuno. Il suo nome era Christian Wòlfkes.
E sapete chi era invece il giovane ebreo? Si trattava di Richard Wurm-brand, colui che qualche anno dopo sarebbe diventato il fondatore e direttore di una grande missione!
E’ diventato una fonte di benedizione per tanti fratelli e sorelle perseguitati, ebrei e non soprattutto in Romania. E tutto è partito da un cristiano che aveva a cuore Israele…
Pensiamo a Noè che ha lasciato volare la colomba dandole la libertà. Essa ritornò con un ramo d’olivo. Lasciate che lo Spirito Santo vi doni la libertà di agire, e che si possa produrre il frutto dello Spirito! Allora comprenderete quale immensa ricchezza si nasconde tra le righe della Parola di Dio!
di Walter Mosimann

tratto da “Notizie da Israele” n°5 -2006
Supplemento al periodico  Chiamata di Mezzanotte




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