L’amore non è invidioso

L’amore non è invidioso

L’amore non invidia. (1 Corinzi 13:4)


Anche noi un tempo eravamo insensati… vivendo nella cattiveria e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda. (
Tito 3:3)
Sbarazzandovi di ogni cattiveria, di ogni frode, dell’ipocrisia, delle invidie e di ogni maldicenza. (1 Pietro 2:1)

Amare qualcuno, significa volere il suo bene. Non amarlo, significa volere il suo male, o semplicemente essere indifferenti a ciò che gli capita. Essere invidiosi (o gelosi), significa desiderare per sé ciò che un altro possiede, o perfino adoprarsi perché l’altro ne venga privato. Se c’è amore, invece, quando si vede qualcuno che riesce bene, o che è pieno di talento, si è felici per lui. L’amore si rallegra del bene degli altri. Amare, vuol dire mettere gli altri prima di sé, mentre essere invidiosi è pensare prima di tutto a sé stessi.

L’invidia non è una colpa minore o inoffensiva, perché può avere conseguenze terribili. È perché erano gelosi di Giuseppe che i suoi fratelli lo vendettero schiavo in Egitto:

“Giacobbe abitò nel paese dove suo padre aveva soggiornato, nel paese di Canaan.
Questa è la discendenza di Giacobbe.
Giuseppe, all’età di diciassette anni, pascolava il gregge con i suoi fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e con i figli di Zilpa, mogli di suo padre. Giuseppe riferì al loro padre la cattiva fama che circolava sul loro conto. Israele amava Giuseppe più di tutti gli altri suoi figli, perché era il figlio della sua vecchiaia; e gli fece una veste lunga con le maniche. I suoi fratelli vedevano che il loro padre l’amava più di tutti gli altri fratelli; perciò l’odiavano e non potevano parlargli amichevolmente.

I sogni di Giuseppe
Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai suoi fratelli; allora questi lo odiarono più che mai. Egli disse loro: «Ascoltate, vi prego, il sogno che ho fatto. Noi stavamo legando dei covoni in mezzo ai campi, ed ecco che il mio covone si alzò e restò diritto; i vostri covoni si radunarono intorno al mio covone e gli s’inchinarono davanti». Allora i suoi fratelli gli dissero: «Regnerai forse tu su di noi o ci dominerai?» E l’odiarono ancor di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole.
Egli fece ancora un altro sogno e lo raccontò ai suoi fratelli, dicendo: «Ho fatto un altro sogno! Il sole, la luna e undici stelle si inchinavano davanti a me». Egli lo raccontò a suo padre e ai suoi fratelli; suo padre lo sgridò e gli disse: «Che significa questo sogno che hai fatto? Dovremo dunque io, tua madre e i tuoi fratelli venire a inchinarci fino a terra davanti a te?» I suoi fratelli erano invidiosi di lui, ma suo padre serbava dentro di sé queste parole.

Giuseppe gettato in una cisterna
Or i fratelli di Giuseppe erano andati a pascolare il gregge del padre a Sichem.  Israele disse a Giuseppe: «I tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem. Vieni, ti manderò da loro». Egli rispose: «Eccomi».  Israele gli disse: «Va’ a vedere se i tuoi fratelli stanno bene e se tutto procede bene con il gregge; poi torna a dirmelo». Così lo mandò dalla valle di Ebron, e Giuseppe arrivò a Sichem.  Mentre andava errando per i campi un uomo lo trovò; e quest’uomo lo interrogò, dicendo: «Che cerchi?» Egli rispose: «Cerco i miei fratelli; ti prego, dimmi dove sono a pascolare il gregge».  Quell’uomo gli disse: «Sono partiti di qui, perché li ho uditi che dicevano: “Andiamocene a Dotan”». Giuseppe andò quindi in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.
Essi lo videro da lontano e, prima che egli fosse vicino a loro, complottarono per ucciderlo.  Dissero l’uno all’altro: «Ecco, il sognatore arriva!  Forza, uccidiamolo e gettiamolo in una di queste cisterne; diremo poi che una bestia feroce l’ha divorato e vedremo che ne sarà dei suoi sogni».  Ruben udì e lo liberò dalle loro mani dicendo: «Non togliamogli la vita».  Poi Ruben aggiunse: «Non spargete sangue; gettatelo in quella cisterna che è nel deserto, ma non lo colpisca la vostra mano». Diceva così per liberarlo dalle loro mani e restituirlo a suo padre.
Quando Giuseppe fu giunto presso i suoi fratelli, lo spogliarono della sua veste, della veste lunga con le maniche, che aveva addosso, lo presero e lo gettarono nella cisterna. La cisterna era vuota, non c’era acqua.

Giuseppe venduto a degli Ismaeliti
Poi si sedettero per mangiare e, alzando gli occhi, videro una carovana d’Ismaeliti che veniva da Galaad, con i suoi cammelli carichi di aromi, di balsamo e di mirra, che scendeva in Egitto. Giuda disse ai suoi fratelli: «Che ci guadagneremo a uccidere nostro fratello e a nascondere il suo sangue?  Su, vendiamolo agl’Ismaeliti e non lo colpisca la nostra mano, perché è nostro fratello, nostra carne». I suoi fratelli gli diedero ascolto.  Come quei mercanti madianiti passavano, essi tirarono su Giuseppe, lo fecero salire dalla cisterna, e lo vendettero per venti sicli d’argento a quegl’Ismaeliti. Questi condussero Giuseppe in Egitto.

Ruben tornò alla cisterna; ed ecco, Giuseppe non era più nella cisterna. Allora egli si stracciò le vesti,  tornò dai suoi fratelli e disse: «Il ragazzo non c’è più, e io, dove andrò?»  Essi presero la veste di Giuseppe, scannarono un becco e intinsero la veste nel sangue.  Poi mandarono uno a portare al padre loro la veste lunga con le maniche e gli fecero dire: «Abbiamo trovato questa veste; vedi tu se è quella di tuo figlio, o no».
Egli la riconobbe e disse: «È la veste di mio figlio. Una bestia feroce l’ha divorato; certamente Giuseppe è stato sbranato».  Tutti i suoi figli e tutte le sue figlie vennero a consolarlo; ma egli rifiutò di essere consolato, e disse: «Io scenderò con cordoglio da mio figlio, nel soggiorno dei morti». E suo padre lo pianse.
Intanto quei Madianiti vendettero Giuseppe in Egitto a Potifar, ufficiale del faraone, capitano delle guardie.
Allora Giacobbe si stracciò le vesti, si vestì di sacco, e fece cordoglio di suo figlio per molti giorni. (Genesi 37)

“I patriarchi, portando invidia a Giuseppe, lo vendettero, perché fosse condotto in Egitto; ma Dio era con lui”. (Atti 7:9);

Sempre per invidia i capi religiosi diedero Gesù in mano a Pilato (Matteo 27:18). Possiamo trovare molti altri esempi nella Bibbia, ma vi sono migliaia di casi simili nella vita delle famiglie, delle aziende e dei governi delle nazioni.

Amici credenti, ogni volta che ci rendiamo conto di avere un sentimento di invidia nel nostro cuore, possiamo stare certi che non è l’amore che lo fa nascere. Dobbiamo respingerlo, e sarà più agevole se pensiamo al Signore Gesù, “il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso… facendosi ubbidiente fino alla morte” (Filippesi 2:6-8).

Che modello d’amore e di rinuncia abbiamo in lui!

tratto da “il buon seme”



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